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Domani

giovedì 4 novembre 2021

Sono stati giorni di attesa, questi dopo l’annuncio dell’arrivo di una famiglia siriana grazie al corridoio umanitario. Un’attesa operosa fatta di lavori nell’appartamento, preparazione dei documenti, cura dell’accoglienza, i pelouche sui letti a castello, la spesa nel frigorifero, i tappeti nelle stanze, il foglio con foto, nomi e numeri di telefono di tutti noi da mettere sul mobile dell’ingresso, così che ci si possa riconoscere. Nell’attesa i pensieri si fanno più acuti, spingono per uscire. Li raccogliamo e li scambiamo tra noi, così come figurine:
 “I nostri figli scelgono che musica ascoltare, che abiti indossare, che università frequentare, in quali paesi vivere, che uomini e donne diventare. Poi c’è una parte di mondo dove questo non avviene. Mi auguro di poter dare un po’ di speranza a chi viene da questa parte di mondo e di mettere in circolo parole e gesti di giustizia.” (Annalisa U.)
“Fin dall’inizio in cui lo strappare persone inermi al dolore senza respiro era solo immaginato, era già attesa, come sulla soglia. Ferma e tessendo, tessendo fiori e colori contro il vento della bufera.” (Paola)
“Nell’attesa ho imparato i loro nomi, praticamente l’unica cosa che so di queste persone, aspettando di poterli associare a dei volti che ho iniziato ad immaginare, e poi a delle persone che diventeranno affetti. Mi sento parte di un qualcosa, che è un po’ un’emozione collettiva, un po’ frenesia per stare dietro a tutte le cose pratiche ed è anche attenzione ai dettagli, che sono l’abbraccio con cui vogliamo accoglierli” (Livia)
“È un’attesa carica di tante belle emozioni! La speranza di nuovi orizzonti, di sicurezza, di promesse. Ma anche un altro pensiero: tutti gli altri? Quelli che restano lì? Quelli che devono ancora aspettare!” (Antonella).
“Non mi si toglie dalla testa. Penso alle condizioni di vita nei campi profughi delle bambine e dei bambini, alle mamme e ai padri, penso alle tende a Lesbo, ai recinti con muri alti tre metri a Eleonas Camp alla periferia della civile Atene, al cibo una volta al giorno, per lavarsi c’è il mare, alla notte di buio totale, ai pericoli continui per le donne e i bambini. E se fossi io, i miei figli, la mia famiglia? I corridoi umanitari sono una possibilità concreta per ritornare civili, tutti. È l’urgenza che mi spinge, che ci spinge” (Euro)
“Quando li penso in procinto di fare questo salto nel vuoto, ho bisogno di avere tutto pronto per fare anch’io il salto” (Annalisa M)
“Penso con terrore che non sarei capace di sopportare tutte le privazioni di un campo, ne morirei o verrei ucciso, come capita a tanti.” (Andrea)
Andrea, Livia, Anna, Alberto e Mattia domani partiranno per Roma dove all’areoporto di Fiumicino si incontreranno per la prima volta con la famiglia siriana profuga da un campo di Beirut in Libano. Chissà quali sono i loro pensieri, chissà quali le paure, le speranze, i progetti. Chissà quale carico di storie si portano dietro, il padre, la madre, le due bambine, anche la più piccola di cinque anni, chissà. L’accoglienza è già qui: non ci siamo ancora conosciuti ma già i pensieri si sono incontrati da qualche parte.
Serve scambiarci i pensieri, ci serve per dare senso a questa storia di accoglienza, serve a noi e a tutti per costruire un’intelligenza collettiva che ci aiuti a scavare sulle contraddizioni di un’epoca e sulla possibilità di agire diversamente.

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