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L’annuncio: arrivano da Beirut

mercoledì 3 novembre 2021

“Il corridoio umanitario è stato attivato. Arriverà a Macerata una famiglia siriana proveniente da Beirut in Libano. Preparatevi.” L’annuncio da parte della referente per la Comunità di Sant’Egidio arriva giovedì 21 ottobre e ci emoziona tutti: finalmente possiamo aprire quella porta del corridoio, umano prima che umanitario. In questi nove mesi di attesa la preparazione si mescolava alla frustrazione. Imbarazzante vedere i tanti limiti dell’Europa nel gestire in maniera organizzata e sistematica i corridoi umanitari. Quante domande pensando a questa famiglia in fuga in Libano: si sa poco di tutto. C’è bisogno di capire, informarsi, conoscere.
Beirut arriva come un mondo lontano, “vieni dal Libano” canta il poema Cantico dei Cantici. Beirut è la capitale del Libano, il Paese dei Cedri, che a scuola non si studia mai. Anzi, si incontra quando alle elementari si studiano i Fenici, civiltà culla di visioni, innovazioni, libertà. A chi è più attento alle dinamiche della geopolitica il Libano torna in mente anche come la “Svizzera del Medio Oriente”, paese ricchissimo e paradiso fiscale della finanza mondiale tra gli anni ’60 e ’80, la società del jet set del lusso, ma anche delle migliori università, delle avanguardie artistiche, di sei siti Unesco, dell’alta scolarizzazione, tra i quattro paesi più prosperi al mondo negli anni Sessanta, dopo Svizzera, Germania, Usa. Beirut era detta la Parigi del Medio Oriente. Decenni in cui il ricco Libano, repubblica parlamentare, diventava rifugio di centinaia di migliaia di palestinesi in fuga senza diritto a uno Stato. In tutto il paese negli anni sono nati oltre dodici campi profughi gestiti dall’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi del Vicino Oriente.
Poi, le tensioni covavano da tempo, quindici anni di devastante guerra – tra 1975 e 1990 – distruggono il Libano, oltre 150.000 morti. Il Libano diventa sempre più oggetto di contesa al centro di un’area strategica tra Israele e Siria, tra mondo occidentale e mondo arabo, mentre cresce la tensione di quelle tre generazioni di palestinesi che dalla diaspora del 1948 sono cresciute in esilio, senza cittadinanza e accesso ai servizi pubblici, sanità, scuola, senza diritti, lavoro, proprietà. Negli anni il flusso continuo dei rifugiati in Libano è cresciuto con gli oltre 50.000 iracheni in fuga dalle guerre dell’Iraq, quelli in fuga dal Sudan, e oggi anche i 2,5 milioni di persone in fuga dalla vicina Siria, martoriata da ormai un decennio di guerra.
Oggi il Libano è uno dei paesi al mondo con il più alto numero di rifugiati: un paese grande quanto l’Abruzzo ha una popolazione di 4,5 milioni di abitanti che fa fatica a ospitare i milioni di rifugiati. Nelle tende di plastica dei campi vivono generazioni di rifugiati nella precarietà più totale, senza servizi, acqua, luce, scuola, cure, senza certezze di regole. Giovani nati e cresciuti in tenda, per vivere coltivano le terre dei libanesi per pochi dollari al giorno, sognano solo di fuggire.

Si può vivere così? No, secondo il V report, intitolato Profughi siriani bloccati in Libano, un assedio che si fa sempre più stretto, pubblicato a ottobre 2021 da “Operazione Colomba”, il Corpo Nonviolento di Pace della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che vive insieme alle famiglie siriane in un campo profughi dal 2014. Alcuni dati riportati nel report: in Libano nove famiglie siriane su dieci vivono in condizioni di estrema povertà; beni essenziali e di prima necessità, come il latte in polvere per bambini, sono inaccessibili per il 47% dei libanesi e per circa il 90% dei siriani; i bambini, che rappresentano oltre la metà dei siriani rifugiati, non vanno a scuola a causa dei prezzi dei mezzi di trasporto inaccessibili; il lavoro minorile è aumentato in modo massiccio; molti ragazzini tra i 16 ed i 25 anni di età, che lavorano in campagna, sono vittime di maltrattamenti e abusi sessuali; gli sfratti ai danni di famiglie siriane sono aumentati a causa della crisi economica e dell’impossibilità dei siriani di pagare l’affitto di tende o case; in molte zone non si sono mai fermati i raid dell’esercito libanese nei campi profughi.
Si può vivere così? No.

Ci hanno detto che la famiglia che stiamo aspettando sul nostro corridoio umanitario proviene da uno di questi campi profughi vicino Beirut in Libano.
Sappiamo poco delle cose del mondo, noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case. Fare lo sforzo di conoscere e informarsi è il primo passo dell’accoglienza verso quel corridoio umano che abbiamo aperto e dove ci incontreremo. Il Libano sta a tre ore e mezzo di volo dall’Italia. È vicino più di quanto pensiamo.

Stefania Monteverde

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