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Il mondo della mediazione

venerdì 25 marzo 2022 –

“Che ci siano lingue diverse è il fatto più misterioso del mondo. Vuol dire che per le stesse cose ci sono nomi diversi; e questo dovrebbe far dubitare che non siano le stesse cose.”
Elias Canetti

All’inizio della nostra avventura di accoglienza avevo certamente chiaro che quasi prioritariamente serviva una presenza: un mediatore culturale. Sì, non sapevamo ancora che lingua avrebbero parlato i fratelli che avremmo accolto, non sapevamo se oltre la loro lingua avremmo avuto una lingua veicolare, ma di una cosa ero certa: avremmo avuto bisogno di qualcuno che fosse stato in grado di fornire a tutti, accolti e famiglie accoglienti, le chiavi per interpretare la vita dietro alle parole. Un lungo pezzo di vita passato nelle Marche, a raccogliere ogni germoglio e traccia di sapere ed impegno, frutto anche per me di una vita fondamentalmente da migrante, mi permetteva di sapere da dove cominciare la ricerca. Ed ecco grazie a Tayeb, il dono di un nome ed un numero di telefono: Abir, una giovane donna siriana da tempo in Italia e che con lui si stava preparando al difficile lavoro della mediazione culturale.
Come la maggior parte degli avvenimenti che hanno accompagnato il nostro percorso, l’incontro è stato una benedizione. È stato il primo incontro con la dolcezza, la gentilezza e la forza del popolo siriano per ciascuno di noi.
Nel concreto in sua assenza il progetto di Macerata avrebbe assunto un peso difficilmente sopportabile: la famiglia non aveva altra lingua di comunicazione che l’arabo. Ecco che la sua disponibilità senza orari, limiti e paure, ci ha traghettato nella difficoltà estreme delle prime giornate delle prime regole di accoglienza, gli obblighi di legge, le paure ed ansie della giovane famiglia accolta, le incertezze di ciascuno di noi di riuscire ad esprimere aiuto senza invadenza e senza incomprensioni.
L’intensità delle giornate sono state tali che ormai mi sembra lunghissimo il periodo condiviso, le gioie condivise ma anche i momenti drammatici di salute.
Quante volte ho ricorso alla sua visione-ponte, per lei sospesa fra la Siria (una Siria peraltro stravolta dalla guerra e che non è neppure la Siria della famiglia accolta) e l’Italia sua nuova comunità culturale attuale.
In quanti momenti questo sguardo-ponte mi ha aiutato e ci ha aiutato ad essere più lucidi nella comprensione di dinamiche di comunicazione e relazione,  nello stesso tempo ha reso morbida e dolce la comunicazione di aspetti duri della realtà per la famiglia accolta. Nulla è tolto alla professionalità, nel pieno rispetto della privacy e del segreto professionale.
“Ma… lei come sta?” È stata la prima osservazione che una cara amica etnopsicologia mi ha chiesto quando le chiedevo se era opportuno pensare ad un supporto anche per lei, per tutto il dolore di cui si faceva carico, “Le avete chiesto come sta?”
Spero che voglia condividere con noi alcuni elementi della sua risposta.

di Paola Trivella

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